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Poggio Berni , una Magnèda
I Romagnoli e i Bernesi in particolare, sono gente semplice, aperta e cordiale, felice nell’accogliere i forestieri, lieta di ospitarli alla propria tavola.
In questa terra di Romagna, non si ama fare la merenda o la gita domenicale in campagna, sui prati o in pineta. “Noi” abbiamo “la Magnèda,“ la mangiata.
Non amiamo sederci per terra, godiamo della grande compagnia e della comodità di una tavola “lunga”, sia pure apparecchiata alla buona, ma con tanto di piatti e posate.
“La Magnèda“ è un momento di riposo, di riflessione e di abbandono ai ricordi, è un luogo d’incontro tra amici e nemici (questa differenza per noi è assai sottile) durante la quale, il tempo scorre lento, in perfetta armonia con i piatti che la compongono.
In Romagna esistono due tipi di “magnèda,” una marinara e una campagnola. A Poggio Berni, sebbene siamo distanti solo una ventina di chilometri dal mare, la mangiata è quella “campagnola“ e storicamente si consuma nei giorni della trebbiatura.
I caratteri semplici della nostra cucina, sono di matrice contadina e si esaltano nelle minestre, come definita da Piero Camporesi “ di gusto primitivo, quasi di fondo barbarico “.
In queste contrade, a Natale la minestra d’obbligo è costituita dai cappelletti. La prima testimonianza della sua esistenza risale al 1811, anno in cui il Regno d’Italia promosse un’indagine sulle tradizioni, le usanze, i dialetti e le superstizioni degli abitanti delle campagne. Parlando di tradizioni, è logico dedurre che la nascita dei cappelletti si possa datare nella seconda metà del 1700.
La ricetta sintetica dei cappelletti, “minestra composta di ricotta, cacio raveggiolo, parmigiano, uova, noce moscata, scorza di limone, aromi: il tutto avvolto in pasta, detta spoglia da lasagne,“ da oltre un secolo ha due o tre varianti, tutte legittime. La tradizione Ravennate non accetta le carni nel ripieno, quella Riminese, Sammarinese e Pesarese addirittura le esige e ne vuole di tre tipi, di maiale, di vitello e di cappone; generale è invece l’accordo che la “ morte “ dei cappelletti è la cottura in brodo, di gallina vecchia o di cappone e di poco manzo magro.
Una antica usanza, oggi riscoperta da qualche ristorante di Poggio Berni è quella di mettere nella zuppiera dei cappelletti, “e caplitaz,“ un cappelletto almeno tre volte più grande dei normali. La leggenda narra che, chi l’avesse pescato avrebbe avuto fortuna tutto l’anno.
I secondi piatti della nostra cucina, sono caratterizzati da salumi e da grigliate di carne.
Nella stagione primaverile, in qualche ristorante, è possibile degustare un piatto tipico delle campagne di Poggio Berni “la guleta sl’ai,“ guancia di maiale cotta con aceto di vino e punte di aglio fresco. Questo piatto dal sapore gustoso e dal profumo intenso, veniva apprezzato nei momenti di festa. Sempre con le punte di aglio fresco si fa anche “la farteda sl’ai.“
Il secondo piatto tipico, eccellenza culinaria del Riminese, è ”il Coniglio in porchetta“ e lo si trova nei menù di quasi tutti i ristoranti del territorio. La zona “d.o.c.”, quella dove lo si cucina veramente a regola d’arte, è la valle del Marecchia, da Santarcangelo di Romagna, passando da Poggio Berni e Verucchio, fino a Pennabilli.
Questa vallata, che vanta la presenza di molti castelli Malatestiani, coincide, più indietro nel tempo, con quella della civiltà Villanoviana; il che non vuol dire che le tribù villanoviane andassero matte per il coniglio in porchetta, perché questa pietanza, la si cominciò ad apprezzare solo nel settecento, quindi solo molto tempo dopo.
“Il coniglio in porchetta,” attenendosi alla preparazione canonica, si cucina al forno con gli ingredienti e le tecniche della porchetta di maiale, farcendolo con un trito di lardo, sale, pepe e barbe di finocchio selvatico; steccandolo con i rametti di questa pianta odorosa e spalmandolo, esternamente, con lo strutto o il lardo. Così facendo, la carne risulterà tenera dentro e croccante e caramellata fuori. Per cucinare il coniglio si conoscono numerose varianti, c’è chi lo cuoce al tegame, chi lo bagna col vino, chi lo disossa ma un punto fermo lo caratterizza: l’intenso aroma del finocchio selvatico rigorosamente fresco.
Ottimo accompagnamento al coniglio e ad ogni tipo di arrosto e il fricò : si mettono in padella tagliate a pezzetti cipolla, zucchine, peperoni, patate, melanzane, pomodori.
I testi sono stati tratti da :
La cucina delle Regioni d'Italia prefazione di Max David
Sito del Comune di Rimini
Sito di Wikipedia
Ricette raccontate dai nostri nonni
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